Ti ho amato dal primo istante...

Ti ho amato dal primo istante...

domenica 30 giugno 2013

La fiaba di Aladino

Aladino era un ragazzo che abitava in una città della lontana Arabia, e che non aveva una gran voglia di lavorare.
Anzi, non ne aveva nessunissima voglia. Inutilmente suo padre, che faceva il sarto, lo rimproverava, lo incitava a cercarsi un’occupazione:
"Diventerai uomo e ti dispiacerà d’aver perduto tanto tempo. Agli oziosi vengono brutte idee per la testa".
"Sarà quel che sarà", rispondeva Aladino.
Morto il padre, il ragazzo continuò a bighellonare da mattina a sera. E un giorno, mentre stava giocando, come al solito, con alcuni amici, gli si avvicinò un forestiero.
"Sei tu il figlio del sarto?", gli domandò costui.
"Sì", rispose Aladino, "ma mio padre è morto da qualche anno".
Il forestiero si mise a piangere: "Povero fratello mio. Ero venuto qui dall’Africa, dove vivo, per riabbracciarlo. Oh, che disgrazia!".
"Voi dunque sareste mio zio?", si stupì Aladino. "Non assomigliate a mio padre nemmeno un po’. Comunque venite, vi porto da mia madre".
Nemmeno la donna aveva mai saputo dell’esistenza di quello zio, che tuttavia le piacque perché assicurava di volersi prendere cura di Aladino, che lo avrebbe indotto a lavorare, e l’avrebbe fatto diventare ricco.
"Verrai con me. Ti porterò in un posto che sarà la tua fortuna", disse. E, preso per mano Aladino, che in realtà avrebbe preferito restarsene a casa, lo costrinse a seguirlo.
Camminarono per alcune settimane finché, giunti in una radura, il forestiero rivelò ad Aladino chi egli fosse in realtà.
"Non sono tuo zio, ma un mago. Ho deciso di renderti ricco, anzi ricchissimo. Lo vedi questo macigno? È pesante, ma tu dovrai spostarlo. Lì sotto c’è una caverna piena di diamanti. Ci entrerai e quell’immenso tesoro sarà tuo".
Aladino era molto diffidente. E aveva ragione. Lui non lo sapeva, ma quello era un mago cattivissimo.
Attraverso terrificanti sortilegi aveva scoperto dov’era nascosto il più fantasmagorico tesoro del mondo, che contava, tra le tante meraviglie, una piccola lampada dagli straordinari poteri. Ma aveva anche scoperto che c’era una pietra a chiudere l’antro in cui quel tesoro era custodito, e che a sollevarla poteva essere una sola persona: quel fanciullo di nome Aladino, ovvero una persona di cuore puro. Così, intendeva servirsi di lui.
Per vincere la diffidenza di Aladino, perciò, il mago non esitò a consegnargli un anello.
"Mettilo al dito, non togliertelo mai. È un anello magico: ti sarà d’aiuto in tante occasioni. In cambio, tu per me dovrai fare una cosa: portarmi la piccola lampada che troverai in fondo alla caverna".
Incuriosito, Aladino a quel punto decise di spostare il macigno.
Sotto c’era una scala che scendeva, profondissima, e il ragazzo la discese. Si trovò così in una grandissima caverna, con degli alberi meravigliosi dai cui rami pendevano, invece dei frutti, grappoli di brillanti, e ce n’erano da riempire cento sacchi, a raccoglierli.
Aladino non sapeva che cosa fossero i brillanti, però il loro luccichio gli piacque. Così ne colse alcune manate e se ne riempì le tasche.
Vide anche la lampada. La prese, e cominciò a risalire verso l’imboccatura della caverna, dove il mago lo attendeva sempre più impaziente.
"Dammi la lampada, presto", gli ordinò il mago.
Era sua intenzione, non appena ottenuto ciò che gli stava a cuore, far ricadere il ragazzo nel baratro per lasciarvelo morire.
"No, prima voglio uscire", s’insospettì Aladino.
"Prima la lampada!".
"No. Prima mi tiri fuori!".
A questo punto il mago, arrabbiatissimo, disse una formula magica e l’imboccatura del sotterraneo si richiuse sul povero Aladino che, disperato, piangeva a dirotto. E mentre piangeva, passava inavvertitamente le dita sull’anello, strofinandolo.
Sappiamo già che l’anello era magico. Sollecitato a quel modo, esso rivelò subito i suoi poteri. Infatti, in una luce abbagliante, davanti ad Aladino apparve un genio.
"Comanda cosa vuoi", disse il genio ad Aladino inchinandosi, "e io ti accontenterò".
"Riportami subito a casa", fu la richiesta.
In men che non si dica, il ragazzo si ritrovò dalla madre, le mostrò le pietre preziose e la lampada che aveva con sé.
La donna trasalì, comprendendo la straordinarietà di quanto vedeva.
Nervosamente si mise a pulire la lampada che, essendo magica, era la casa di un genio ancor più potente di quello dell’anello.
Richiamato da quel gesto, il nuovo genio subito le comparve davanti.
"Sono al tuo servizio", s’inchinò. "Ordina e io ti esaudirò".
Fino ad allora, nella povera casa di Aladino si era sofferta la fame, perciò ella chiese una tavola imbandita con gustose vivande e buon vino.
Immediatamente la tavola fu apparecchiata: una tavola principesca, che ritornò tutti i giorni, due volte al giorno.
Sostenuto dalla buona sorte, Aladino smise di oziare, lavorò, si dette buon nome. La gente giunse persino a lodarlo, a riverirlo.
Un giorno Aladino intravide, non visto, la bellissima figlia del re che usciva a passeggio. Non visto, in quanto se ne stava nascosto perché, quando la principessa usciva in pubblico, tutti dovevano rinchiudersi in casa e non ardire di alzare gli occhi su di lei, pena la morte.
Ma la curiosità aveva indotto il giovane a dare una sbirciatina. E subito se ne innamorò.
"Madre, voglio sposare la principessa".
"Oh, povero figlio mio. Sei impazzito?", trepidò la donna.
"Mai stato più in senno, madre. Ecco qui una ciotola di brillanti. Vai in udienza dal re, che ti riceverà. E tu, offrendogli un dono così strabiliante, gli dirai che glielo mando io, e che voglio sposarne la figlia".
Tremando di paura per l’ardire, la madre di Aladino si recò dal re, e fece ciò che le aveva detto il figlio.
Visto l’inestimabile tesoro recatogli in dono, il re si rallegrò. Se regalava simili ricchezze al suo re, quel giovane ben poteva essere lo sposo della principessa.
Per celebrare degnamente le nozze, Aladino strofinò la lampada e chiese al genio di costruirgli un palazzo più bello di quello del re.
E subito, ecco sorgere dal nulla la nuova, meravigliosa dimora di Aladino e della sua sposa.
Tutto, dunque, sembrava procedere per il meglio. E non ci sarebbero state complicazioni di sorta nella vita dei due, se non fosse accaduto che il mago che aveva cercato d’ingannare Aladino, rimpiangendo continuamente la lampada perduta, non avesse insistito nei suoi esperimenti per sapere che cosa ne fosse stato del ragazzo, se egli fosse morto davvero nel profondo della caverna.
Seppe così che non solo Aladino era vivo, ma possedeva, oltre all’anello, anche la lampada magica. Perciò, pieno di stizza, ripartì alla volta dell’Arabia.
Quando vide lo splendido palazzo di Aladino, una rabbiosa invidia prese a tormentarlo. Non volendosi arrendere alla fortuna dell’altro, si travestì da mercante, attese che Aladino accompagnasse il re in un viaggio nei reami vicini, si fece ricevere dalla principessa e, un po’ con parole sdolcinate, un po’ per magia, la trasse in inganno.
Le fece credere cioè che la lampada custodita dal suo sposo era vecchia e non valeva nulla: gliela avrebbe cambiata con una bella lampada nuova.
La principessa, ignara di tutto, accettò.
Avuta fra le mani, finalmente, la lampada magica, il mago ordinò al genio di trasportare il palazzo di Aladino, con tutti i suoi abitanti, in Africa. E il genio non poté far altro che ubbidire.
Non appena tornato dal viaggio, non vedendo più né il palazzo né la principessa, Aladino comprese ciò che era accaduto.
Ma non si perse d’animo. Strofinò l’anello che aveva ricevuto tanto tempo prima dal mago e che sempre portava al dito.
Rapido apparve il primo genio, quello che lo aveva salvato dalla caverna dove il mago lo aveva rinchiuso.
"Riportami subito qui mia moglie e il mio palazzo, ovunque essi siano", gli ordinò Aladino.
Gli rispose il genio: "Ogni tuo desiderio per me è un ordine, padrone. Ma questo non posso esaudirlo. Perché l’incantesimo è stato compiuto dal genio della lampada, che è molto più potente di me".
"E allora portami dalla principessa", disse Aladino.
In men che non si dica, era già in Africa, nel suo palazzo, al fianco della sua sposa, disperata, in lacrime, perché temeva di dover dire addio per sempre ad Aladino, al padre, al suo Paese.
La felicità dei due, quando si riabbracciarono, è facile da immaginare.
"E adesso", disse Aladino alla principessa, dopo averle confidato la sua lunga avventura con il mago, "ci riprendiamo la lampada".
"Ma come?", rispose lei, dubbiosa.
"È facile. Inviti a cena il mago, che essendo un grande vanitoso, si lascerà conquistare dai tuoi complimenti. E tu gliene farai tanti..."
"Io, Aladino, fargli dei complimenti?".
"Sì, mia diletta. E lo farai bere tanto. Anzi, per essere più sicuri, metterai del sonnifero nella sua coppa di vino".
"Ho capito", sorrise la principessa.
Tutto avvenne secondo il previsto. Non appena il mago si addormentò, Aladino, che fino ad allora s’era tenuto nascosto, venne fuori, tolse la lampada dalle mani del mago e la strofinò. Ed ecco apparire il genio.
"Tu, genio", comandò Aladino, "porta questo mago dove nessuno lo possa mai più trovare. E riporta questo palazzo, con tutto ciò che contiene, in Arabia".
Così avvenne.
E in Persia, Aladino e la principessa vissero felici, a lungo.
Potrebbe darsi che, a cercarli proprio bene, magari con l’aiuto di qualche genio, si riesca ancora oggi a trovarli là.

(fiaba araba)

Il cammello e la formica

Una volta un cammello, mentre attraversava la steppa, vide ai suoi piedi nell’erba una minuscola formica. La piccolina trasportava un grosso fuscello, dieci volte più grosso di lei. Il cammello restò un bel pezzo a guardare come la formica si dava da fare, poi disse:
- Più ti guardo e più ti ammiro. Tu porti sulle spalle, come se niente fosse, un carico dieci volte più grosso di te. lo invece non porto che un sacco, e le ginocchia mi si piegano. Come mai?
- Come mai? – rispose la formica, fermandosi un momento. – Ma è semplice: io lavoro per me stessa, mentre tu lavori per un padrone.
Si rimise il fuscello sulle spalle e riprese il suo cammino.

(un racconto arabo)



sabato 29 giugno 2013

Filastrottola

Gira la Trottola
Pianeta piccolo
Intorno al sole giocattolo
La Terra bambola
Balla nell'orbita
Con la sua luna girandola
Bambini astrologhi
Sopra le nuvole
Hanno lo spago che arrotola
Ridono e girano
Nascono e tirano
La Terra cigola e vortica
E via che rotola
La nostra vita
Fila la favola
Con le sue dita
Finché la carica
Non è finita
La Filastrottola
Del girotondo
Rotola fino alla fine del mondo.
 
(Bruno Tognolini)

Poesia per Gianni Rodari

Gianni Rodari è stato un grande e Bruno Tognolini è un altrettanto grande poeta per bambini... oltre che co-autore del programma televisivo preferito del mio pastrugno: la melevisione su rai yoyo... Ecco la poesia dedicata a Rodari da Tognolini...

Mia figlia si svegliava con le tue rime in musica
A tua figlia dicevi fiabe ad alta voce
Anch'io a mia figlia leggevo ad alta voce
Ho studiato con tua figlia all'università
Il mio mestiere è diventato il tuo
C'è un fiume di padri e di figli, di rime e di fogli
C'è un giro di grandi stagioni, di madri e di mogli
C'è il rosso coraggio delle primavere
Le figlie son vere, le fiabe son finte
Ma tu non temere, le guerre che hai perso son vinte
C'è il rosso di foglie che cadono, qui nell'autunno
Nel tempo del sonno e del danno
Le foglie son vere, le figlie son molte
Le rime che lasci cadere
Son state raccolte
E ormai dureranno le estati della filastrocca
La gente ora sa che sapevi suonare
Suonare ci tocca
Ti abbiamo seguito, abbiamo accordato la rima
Le fiabe son vere, c'è un nuovo mestiere
Che non c'era prima

I poeti per bambini intagliano teatrini del mondo
I poeti per bambini costruiscono giocattoli dell'anima
I poeti per bambini son Piccoli Zii per i figli di tutti

Contro i Grandi Fratelli ignoranti, meschini e corrotti
Tutti noi stamburanti di rima
Tutti noi musicanti di Brema
Noi poeti un po' gatti, un po' galli, un po' cani e somari
Camminiamo sulle strade aperte
Da Gianni Rodari
 

venerdì 28 giugno 2013

Ultimo giorno di scuola materna ♡ ☆✿*ღ*ჱܓ ✿☆♡


Oggi è l'ultimo giorno di scuola materna... l'anno scolastico 2012-2013 volge al termine. Come ho spiegato al mio pastrugno, che oggi era molto triste perchè lui andrebbe ancora all'asilo, le cose belle terminano, per poi ricominciare... Adesso Sabry e le altre maestre con la direttrice devono organizzare il prossimo anno scolastico ... e adesso tutti i bimbi con mamma e papà andranno in vacanza e torneranno a settembre riposati e pronti per imparare nuove cose! ^___*  E poi ho detto al mio pastrugno di salutare tutte le maestre e i compagni e soprattutto gli ho detto di godere di questa bella giornata di festa a conclusione dell'anno scolastico! ^__* Grazie Sabry per aver insegnato tante cose al mio pastrugno in questo anno scolastico...

Filastrocca delle buone maestre

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
“Col tempo, ti insegnerò tutto!”.
Insegnami fino al profondo dei mari
“Ti insegno fin dove tu impari!”.
Insegnami il cielo, più su che si può
“Ti insegno fin dove io so!”.
E dove non sai?
“Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, dall’albero al seme.
Insegno ed imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te!”.

(Bruno Tognolini)

Buon ultimo giorno di scuola materna al mio pastrugno e ai suoi compagni! ♡

 E... da domani................. BUONE VACANZE!!! ♡


Filastrocca delle vacanze
 
Arriva giugno, andiamo in vacanza
ci andiamo leggeri, a passo di danza,
prendiamo lo zaino, calziamo il cappello
se nuvola piove abbiamo l’ombrello.
Vacanza vuol dire aspettare il mattino,
spiare se sbocciano i fiori in giardino
(in città, magari, nel vaso, al balcone),
mangiare il gelato, giocare a pallone.
Vacanza vuol dire non avere mai sonno,
partire in treno e andare dal nonno,
aiutare la nonna che fa la crostata
con la frutta dell’orto lavata e sbucciata.
Vacanza vuol dire annoiarsi un pochino
sfogliando più volte quel giornalino
già letto e riletto sopra il divano,
ascoltando le ore che battono piano.
Le ore bambine sono calde e dorate
colorano i giorni di tutta l’estate,
fan gli scolari più grandi ed arguti:
bussa settembre e son tutti cresciuti!

(Eleonora Bellini)
 

giovedì 27 giugno 2013

Il cuore malato

Un povero quore con la q
(malattia delle più rare)
andò dal dottore
a farsi visitare.

- Sono grave? Mi consiglia
di fare testamento
per provvedere alla famiglia?

- No, no, niente paura:
ho qui pronta per lei una bella cura.

Difatti gli diede la vitamina C
e il cuore guarì.

(Gianni Rodari, "Il pianeta degli Alberi di Natale")


mercoledì 26 giugno 2013

Proverbi

Dice un proverbio dei tempi andati:
"Meglio soli che male accompagnati".
Io ne so uno più bello assai:
"In compagnia lontano vai".

Dice un proverbio, chissà perché:
"Chi fa da sé fa per tre".
Da quest'orecchio non ci sento:
"Chi ha cento amici fa per cento".

Dice un proverbio con la muffa:
"Chi sta solo non fa baruffa".
Questa, io dico, è una bugia:
"Se siamo in tanti, si fa allegria".

(Gianni Rodari, "Il libro degli errori")


martedì 25 giugno 2013

Amo mio figlio ♡



Amo mio figlio,lo amo quando al mattino si sveglia e corre nel mio letto per stringermi forte forte, lo amo quando vuol fare l’uomo di casa ed è alto solo un metro e dieci...
Lo amo quando fa le facce buffe dopo il mio rimprovero severo, vuol tentarmi, corrompere la mia fermezza con quella faccia tutta da sbaciucchiare.
E lo amo quando abbraccia il suo papà e mi chiedo se poi non ami lui più di me, e lo amo quando faccio finta di mettere il broncio e lui mi allarga le labbra con le mani per farmi sorridere.
Amo mio figlio, e lo amerei anche se non l’avessi portato in grembo per nove mesi, lo amerei anche se lo non avessi allattato con il mio seno, lo amerei anche se da madre in cerca d’amore l’avessi preso dal mondo per renderlo mio.
Amo mio figlio perchè è mio figlio e anche se un giorno libero vivrà la sua vita io l’amerò, l’amerò, l’amerò sopra tutto e tutti.
Quanto è bello vederlo crescere ed essere parte della sua crescita e della sua educazione...



Una poesia al giorno
potresti scrivere
se ti guardassi intorno
te la può ispirare
un passero 
che cinguetta sul tetto
sull'uscio di casa
un vecchietto
un bambino
in braccio o nel passeggino
che se lo saluti
pronto un sorriso
accende sul suo
ed il tuo viso

te la può ispirare
l'orologio 
che non si ferma
mai un momento
per contare il tempo
della tua età
dell'albero
della vita di una stella
dell'universo intero
l'età dell'eternità

te la può ispirare
una goccia di rugiada
un fiocco di neve
che volteggia lieve
rondini grilli e cicale
persino un temporale
l'arcobaleno
un fiore 
qualunque cosa
una margherita
una primula una rosa
anche una sposa
che il suo pudore
rivela insieme al candore

te la ispira facile facile 
l'aurora ed il tramonto
un nuvola in cielo
il pesco ed il melo
quando sono in fiore
un'onda del mare
vedere in esso
un pesciolino guizzare
una folata di vento
il firmamento
la notte nera
qualunque stagione
l'autunno e l'inverno
l'estate e la primavera
che sta per arrivare...

La torre pendente

Il professor Grammaticus, una volta, andò a Pisa, salì sulla Torre Pendente, aspettò che gli passasse il capogiro e cominciò a gridare:
- Cittadini! Pisani! Amici miei!
I pisani guardarono per aria e si rallegrarono: - Oh, la Torre s'è messa a parlare e a fare i discorsi.
Poi videro il professore, e lo udirono continuare:
- Sapete perché la vostra torre pende? Ve lo dirò io. Non date retta a quelli che vi parlano di cedimenti del sottosuolo, e così via. C'è, è vero, nelle fondamenta un piccolo errore, ma è di tutt'altro genere. Gli architetti di una volta non erano assai forti in ortografia. Così è successo loro di costruire una torre che stava in "ecuilibrio", anziché in "equilibrio". Mi spiego? In "ecuilibrio" sulla "c" non ci starebbe nemmeno uno stecchino: figuriamoci un campanile. Ecco dunque pronta la soluzione. Iniettiamo nelle fondamenta una piccola dose di "q", e la torre si raddrizzerà in un attimo.
- Mai sia! - gridarono ad una voce i Pisani. - Torri diritte ce ne sono in ogni angolo del mondo. Quella pendente ce l'abbiamo solo noi, e dovremmo raddrizzarla? Arrestate quel pazzo. Accompagnatelo alla stazione e mettetelo sul primo treno. 
Il professor Grammaticus fu preso per le braccia da due guardie, accompagnato alla stazione e messo sul primo treno: un omnibus per Grosseto che si fermava ad ogni passo e impiegò mezza giornata a fare cento chilometri. Così il professore ebbe modo di meditare sull'ingratitudine umana. Egli si sentiva abbattuto come Don Chisciotte dopo la battaglia dei mulini a vento. Ma non si scoraggiò. A Grosseto studiò le coincidenze e tornò a Pisa di nascosto, deciso a fare la sua iniezione di "q" alla Torre Pendente a dispetto dei Pisani.
Per caso, quella sera, c'era la luna. (Anzi, non per caso: c'era perché ci doveva essere). Al chiaro di luna la torre era così bella, pendeva con tanta grazia, che il professore rimase lì estatico a rimirarla e intanto pensava: "Ah, come sono belle, certe volte, le cose sbagliate!"

(Gianni Rodari, "Il libro degli errori")

L'Acca in fuga

C'era una volta un'Acca.
Era una povera Acca da poco: valeva un'acca, e lo sapeva. Perciò non montava superbia, restava al suo posto e sopportava con pazienza le beffe delle sue compagne. Esse le dicevano:
- E così, saresti anche tu una lettera dell'alfabeto? Con quella faccia?
- Lo sai o non lo sai che nessuno ti pronuncia?
Lo sapeva, lo sapeva. Ma sapeva anche che all'estero ci sono paesi, e lingue, in cui l'acca ci fa la sua figura.
"Voglio andare in Germania, - pensava l'Acca, quand'era più triste del solito. - Mi hanno detto che lassù le Acca sono importantissime".
Un giorno la fecero proprio arrabbiare. E lei, senza dire né uno né due, mise le sue poche robe in un fagotto e si mise in viaggio con l'autostop. 
Apriti cielo! Quel che successe da un momento all'altro, a causa di quella fuga, non si può nemmeno descrivere.
Le chiese, rimaste senz'acca, crollarono come sotto i bombardamenti.
I chioschi, diventati di colpo troppo leggeri, volarono per aria seminando giornali, birre, aranciate e granatine in ghiaccio un po' dappertutto.
In compenso, dal cielo caddero giù i cherubini: levargli l'acca, era stato come levargli le ali.
Le chiavi non aprivano più, e chi era rimasto fuori casa dovette rassegnarsi a dormire all'aperto.
Le chitarre perdettero tutte le corde e suonavano meno delle casseruole.
Non vi dico il Chianti, senz'acca, che sapore disgustoso. Del resto era impossibile berlo, perché i bicchieri, diventati "biccieri", schiattavano in mille pezzi.
Mio zio stava piantando un chiodo nel muro, quando le Acca sparirono: il "ciodo" si squagliò sotto il martello peggio che se fosse stato di burro.
La mattina dopo, dalle Alpi al Mar Jonio, non un solo gallo riuscì a fare chicchirichì: facevano tutti cicciricì, e pareva che starnutissero. Si temette un'epidemia.
Cominciò una gran caccia all'uomo, anzi scusate, all'Acca. I posti di frontiera furono avvertiti di raddoppiare la vigilanza. L'Acca fu scoperta nelle vicinanze del Brennero, mentre tentava di entrare clandestinamente in Austria, perché non aveva passaporto. Ma dovettero pregarla in ginocchio: - Resti con noi, non ci faccia questo torto! Senza di lei, non riusciamo a pronunciare bene nemmeno il nome di Dante Alighieri. Guardi, qui c'è una petizione degli abitanti di Chiavari, che le offrono una villa al mare. E questa è una lettera del capo-stazione di Chiusi-Chianciano, che senza di lei diventerebbe il capo-stazione di Ciusi-Cianciano: sarebbe una degradazione.
L'Acca era di buon cuore, ve l'ho già detto. E' rimasta, con gra sollievo del verbo chiaccherare e del pronome chicchessia. Ma bisogna trattarla con rispetto, altrimenti ci pianterà in asso un'altra volta.
Per me che sono miope, sarebbe gravissimo: con gli "occiali" senz'acca non ci vedo da qui a lì.

(Gianni Rodari, "Il libro degli errori")